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23 giugno 2013

Congresso Pd, contenuti cercansi


Dopo la carica dei 101 - e tutto quel che la precede e la segue - ci si sarebbe aspettati una discussione precongressuale nella quale finalmente sciogliere alcuni scomodi ma decisivi nodi.
Qui soltanto alcune prime riflessioni. 

Primo. Il Pd chi sceglie di rappresentare? Quali soggetti, quali interessi vuole rappresentare, a quale pezzo di società (non chiamiamoli pure 'blocchi sociali') decide di rivolgersi? Oggi il PD pretende di parlare (nel significato anglosassone di 'pretendere'...) a tutti e, quindi, di fatto a nessuno. Non si può pensare a un partito che scelga di rivolgersi al disoccupato e al cassintegrato con le stesse idee e gli stessi programmi pensati su misura dell'imprenditore né si può immaginare di avere una ricetta buona per il proprietario di decine di appartamenti come per chi è in disperata attesa di una casa popolare. Insomma, non si può credere di poter parlare - per rappresentare battaglie e interessi - a tutta la società. 

Secondo. Quale cultura politica esprime? Oggi il Pd non ne esprime alcuna. O, se si preferisce, ne esprime tante senza esprimere una scelta. Vi convivono diverse letture del mondo che ci circonda, letture tra loro del tutto contrastanti e, comunque, nei migliori dei casi, non proprio coincidenti. 
Un solo esempio. Recentemente il Presidente del Consiglio Enrico Letta, riprendendo una sua riflessione pubblicata sull"Espresso" nel 2007, ha parlato del Pd che immagina come "partito sexy", un partito, cioè, più "attraente". E ha aggiunto che della citazione "you'll never walk alone" "un partito popolare e di massa deve farne la sua principale ragion d'essere". 
Ora io, invece, credo che una parte importante del nostro elettorato, una parte importante di coloro che alle urne preferiscono la gita al mare o altri sostituti, ma che sono possibili elettori di un ben definito soggetto politico progressista, del partito sexy non sappiano che farsene, che "you'll never walk alone" non sappiano nemmeno come si traduca (piaga del nostro Paese dove poco più del 5% ha una conoscenza decente dell'Inglese, non parliamo delle altre lingue) e che se anche ne conosce il significato, vuole soprattutto capire come si declina quella citazione. E preciso che non sto parlando del "decreto del fare" o di atri provvedimenti governativi ma della visione a lungo termine di questo partito.

E arriviamo al terzo punto che dovrebbe essere al centro di una discussione congressuale fin da ora, solo per limitarmi a una prima riflessione. Dove si colloca il Pd nella casa europea e se e come pensa di indicare una proposta per imboccare finalmente la via d'uscita dal tunnel della crisi aldilà delle fumose dichiarazioni arrivate finora da tutti i principali protagonisti istituzionali europei che indicano con euforia se non la fine della crisi, almeno l'inizio della risalita per una determinata data, salvo mandare il contrordine facendo slittare quella data di sei mesi in avanti. Ed è così da anni. Con un unico comune denominatore: attorcigliarsi in una spirale perversa di austerità-recessione-austerità senza un barlume di critica al modello di sviluppo che ci ha portati fin qui oltreché alle soluzioni messe in atto dalle istituzioni internazionali rivelatesi tutte completamente sballate. 
Il PD che dice? Balbetta ma non dice, fa un passo avanti e due di lato limitandosi a delegare questa materia alle lodevoli iniziative dei nostri parlamentari o a quelle dell'ex segretario Bersani. Significative ma insufficienti se prive di una cornice che ne sostenga e amplifichi la portata. 

Ecco, io credo che questi punti - e altri se ne possono aggiungere - dovrebbero essere al centro di una discussione congressuale fin d'ora, vera, appassionata, nella quale ognuno possa mettere sul tavolo le proprie idee, delusioni, aspirazioni e verificare se ha un senso ripartire e se sì, per approdare dove. 

Il momento che stiamo attraversando è complesso e richiede una profonda e coraggiosa analisi senza la quale rischiamo solo di dare il via al balletto delle caselle da riempire, ai posizionamenti e riposizionamenti. 
Di sicuro così non si farebbe un buon servizio a quel progetto messo in piedi sei anni fa. E non lo si farebbe a un Paese che resterebbe privo di un soggetto politico di sinistra riformista e progressista. Io ancora spero si possa realizzare quel progetto che ruotava intorno al coraggio, alla responsabilità e alla sfida, che parlava di riformare la politica, che voleva appassionare i cittadini. E, per quanto mi riguarda, cercherò di dare il mio contributo. Prima dei nomi, però, parliamo di contenuti. 


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permalink | inviato da Virginia_Alimenti il 23/6/2013 alle 16:32 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

7 marzo 2013

Lavoro: Agile Italia, dall'Europa un aiuto di 3,6 milioni di euro


La Commissione europea ha proposto di dare un sostegno di 3,6 milioni di euro prelevati dal Fondo di adeguamento alla globalizzazione (FEG) agli 856 ex lavoratori di Agile Italia S.r.l. che potrebbero così acquisire nuove competenze e trovare presto una nuova occupazione. 
I licenziamenti previsti dall'azienda di servizi di tecnologia dell'informazione riguarda didici  regioni: Piemonte, Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna, Toscana, Umbria, Lazio, Campania, Puglia, Basilicata, Calabria e Sicilia.

Prima di poter essere approvata la proposta dovrà passare dal Parlamento europeo e dal Consiglio dell'Unione Europea. 

Il Fondo di adeguamento alla globalizzazione è uno degli strumenti messi in campo dall'Europa in aiuto di lavoratori e imprese per sostenere l'occupazione e la crescita in un momento di forte crisi economica e proprio quando, in altri ambiti, si preferisce puntare su politiche di austerità e rigore facendo di fatto avvitare l'Europa stessa in una spirale recessiva. 

Il FEG, dal momento della sua istituzione, ha visto arrivare ben 105 richieste di aiuti. In particolare, si è trattato di una domanda complessiva pari a 454 milioni di euro servita a sostenere 94.509 lavoratori. E la tendenza, inutile dirlo, è in continua crescita...

8 gennaio 2013

Se nella notte non tutte le vacche sono nere

"Uno dei problemi del nostro sistema politico riguarda proprio la progressiva attenuazione delle differenze, che c'è stata negli ultimi anni, che ha reso i partiti troppo simili tra loro. E, quindi, indistinguibili". (Carlo Buttaroni, presidente Tecne, L'Unità, 7 genn. 2013).

Se ne faccia una ragione il professor Monti e chi, con lui, pensa che la politica sia tutta uguale, magma indistinto e caotico. Oggi più che mai i partiti devono marcare le distinzioni tra di loro senza per questo far scadere il confronto tra diverse soluzioni in rissa, come ci hanno abituato quasi vent'anni di politica-spettacolo. C'è un'altra strada: la politica deve tornare ad appassionare e a far emergere le differenze, destra e sinistra si confrontano con soluzioni distinte in tutto il mondo occidentale. E il centrosinistra in particolare deve tornare a mettere al centro del suo agire testa e cuore, programmi e speranze, deve mantenere alta l'attenzione verso il mondo del lavoro declinato in tutte le sue odierne variabili. È la migliore risposta al populismo e all'antipolitica che possa arrivare alla vigilia delle ormai prossime elezioni politiche

Con buona pace di tutti coloro (primi tra tutti, molti tra giornalisti, blogger ed editori) che hanno fondato le loro fortune sull'annullamento delle differenze .... in molti casi per propria incapacità di andare oltre una semplicistica lettura più di quel che appare che di quel che realmente è. O no...? 

3 gennaio 2013

Anno Nuovo, tragedie antiche. E si ricomincia col morire di lavoro...

Si chiama Luca Bonagiunti la prima vittima del 2013 per infortunio sul lavoro
Aveva 27 anni, Luca, stava lavorando sotto un camion all'Officina Bertelli di San Giovanni Lupatolo, Verona: il motore del tir gli è caduto addosso. E per lui è stata la fine.
Ma non è stato il solo, Luca. È morto per un incidente di lavoro anche Adrian Olaru, anni 37, deceduto dopo un'agonia durata 22 giorni da quando, a Torino, è stato investito da una scarica di 15 mila volts in una cabina elettrica Enel. 
E così, in questi primi giorni del nuovo anno, già si riprende con le cosiddette "morti bianche" che, nei dodici mesi appena trascorsi, sono salite a quota 1180, secondo le cifre dell'Osservatorio Indipendente di Bologna, ma che di sicuro sono molte di più sfiorando le duemila vittime, se si calcolano anche coloro che muoiono nel percorso verso il luogo di lavoro e tutti quelli che non compaiono nelle stime ufficiali.
Una guerra feroce che, al contrario dei molti conflitti sparsi per il mondo, non ha l'onore delle prime pagine sui giornali, al massimo qualche trafiletto, eccezioni a parte. Una guerra dei morti dimenticati, anzi dei deceduti invisibili. 
Investimenti al lumicino nella prevenzione e nella sicurezza, un'attenzione sempre più ridotta al mondo del lavoro, alla realtà dei diritti e delle tutele: è tutto questo che ha costituito il filo lungo il quale si è snodata l'azione di governo del centrodestra guidato da Berlusconi e che forma il terreno di coltura di quella che è, ormai da anni, una tragedia nazionale. Con il governo tecnico guidato dal professor Mario Monti c'è stata una parziale correzione di marcia ma, occorre dirlo, non è stata di certo una correzione sufficiente. Tanto da far puntare l'indice del Presidente Giorgio Napolitano, nell'estate scorsa, contro le "gravissime crepe e contraddizioni nell'impegno a costruire la sicurezza del lavoro, che è un fondamentale valore costituzionale". 
E il professor Monti di cosa si preoccupa? Di chiedere al candidato premier del centrosinistra Bersani di compiere "un atto coraggioso". 
Quale? "Silenziare un po' questa parte conservatrice" formata da Stefano Fassina e dalle "ali estreme" del Pd. Ecco, lo chiedo per favore: se non avete niente di meglio da dire, signori tecnici, se le vostre proposte non vanno oltre queste mediocrità, tornate pure alle vostre case e dedicatevi ad altro. Forse non ci avete mai pensato finora: la politica è una cosa seria e richiede passione, dedizione, impegno, coraggio. Parole che non mi sembra facciano parte del vostro bagaglio culturale. 


29 dicembre 2012

Italia, "sale" il professor Monti. La Siria può attendere...

Leggendo i commenti dei principali quotidiani sulla "salita in politica" del professor Monti - battezzata in un luogo top secret - si ha la spiacevole impressione di un Paese, l'Italia, ai margini della scena globale, lontana dalla Siria, non toccata neppure di striscio da quanto sta accadendo sulle rive del Mediterraneo sulle quali pure il nostro Paese affaccia, un'Italia assorbita dalle discussioni sul ritorno "in campo" del fu quattro volte premier Berlusconi e le evocate "salite in politica" del professore Monti. Un Paese piccolo, con lo sguardo rivolto all'indietro. Forse non è così, ma questa è la rappresentazione che ne esce dai media.

Peccato, davvero. Nell'ultimo anno mi ha fatto piacere osservare come siano aumentate la credibilità e l'autorevolezza dell'Italia sul piano internazionale. Certo, le risposte alla crisi che il governo Monti ha saputo trovare non hanno parlato il linguaggio della solidarietà, dell'equità, della crescita. Non hanno saputo rompere rigidità corporative e chiusure lobbistiche, nemmeno quando ne avrebbero avuto la possibilità. Non hanno saputo portare lo spirito europeo in Italia. 
E ora capiamo anche perché. Non basta avere il bagaglio tecnico per uscire da questa crisi. Proprio perché è una crisi di sistema, se ne esce soltanto se si possiede un bagaglio adeguato, se si ha la consapevolezza che occorre usare un vocabolario diverso, che i nostri prossimi giorni futuri non potranno essere una copia dei nostri giorni passati. Da questa crisi usciremo se avremo l'ambizione di imboccare strade nuove, modelli di sviluppo differenti. In questo caso, allora, si troveranno le risposte che oggi mancano e si strapperà il Paese al provincialismo che da anni una destra bigotta e impaurita ha imposto all'Italia. Forse lo capiranno prima i nostri concittadini e lo potranno manifestare con il voto alle prossime elezioni politiche. E anche il 29 e il 30 con la decisione di partecipare alle primarie per la scelta dei candidati indette dal Pd e da Sel. I commentatori, ancorché "autorevoli", seguiranno. Forse...

12 dicembre 2012

Sos Sanità nel Lazio, la solidarietà non basta

La decisione adottata dal commissario alla Sanità del Lazio Enrico Bondi di tagliare posti nella sanità romana e, più in particolare, di chiudere il San Filippo Neri è una decisione che calpesta il diritto dei cittadini alla salute, ignora e avvilisce l'immenso patrimonio di ricerca e di innovazione espresso da chi al San Filippo Neri medici, infermieri, personale - è da sempre in prima fila per fare del nosocomio romano un polo di alta specializzazione e di eccellenza per Roma Nord, per molti romani e per tutta quella parte del Sud dItalia troppo spesso rimasta priva, sul territorio, di una sanità efficace e professionale in tempi brevi.

È impensabile e senza logica ritenere di privare la città di un polo d'eccellenza per il quale sono stati effettuati di recente  importanti investimenti - e che oggi conta 1880 lavoratori e riduzioni dei posti letto, oggi arrivati a quota 540.

Il PD alla vigilia delle competizioni elettorali che porteranno a breve a rinnovare anche Regione Lazio e Campidoglio deve andare oltre, al più presto e con più decisione di quanto fatto finora, i pur apprezzati attestati di solidarietà. E necessario dichiarare da subito con chiarezza cosa si pensa del futuro di strutture pubbliche deccellenza come il San Filippo Neri, come affrontare lo stato complessivo della sanità pubblica regionale (si pensi anche ai casi del Cto, Oftalmico, Forlanini) garantendo ai cittadini il rispetto del diritto costituzionale alla salute e impedendo che i tagli alla sanità pubblica si rivelino un ottimo affare per le casse delle strutture private.

Mi sembra, a questo proposito, quanto mai importante il richiamo del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano: Servono regole più severe e controlli più oculati di quanto non si sia fatto per lungo tempo su quella parte del privato su cui è fondato il sistema sanitario pubblico” aggiungendo che “Il servizio sanitario pubblico italiano ci ha reso uno dei Paesi più avanzati in questo settore. Bisogna non regredire, né abbandonare quella scelta che è un titolo di civiltà per il nostro Paese”.

10 dicembre 2012

Finti scoop e penne sbiadite

L'Infedele lascia. Dalla sua la trasmissione di Gad Lerner ha il successo registrato in dieci anni costellati da 350 puntate con ospiti qualificati e un tocco di delicata magia musicale del quale, soprattutto in questi anni di de profundis per la cultura, si sentiva il bisogno e, di sicuro, avvertiremo l'assenza. 

La sostituzione de L'Infedele con un nuovo programma di Gad Lerner dal 25 gennaio e il format inaugurato in Italia da Sky con il confronto tra i 5 candidati del centrosinistra alle primarie per la corsa a premier impongono una riflessione sulla qualità del giornalismo politico, e non soltanto di quello televisivo.   

Qui farò solo un breve passaggio sull'informazione politica televisiva perché l'argomento merita, a mio avviso, un approfondimento maggiore. I talk show come si sono caratterizzati in questi ultimi anni e alcuni programmi di inchieste televisive hanno fatto il loro tempo. Gad Lerner - probabilmente aiutato dalle scelte aziendali - sta preparando il cambio di passo con l'intelligenza e la lungimiranza che gli sono proprie.
Le primarie del centrosinistra hanno segnato un punto di non ritorno per il PD e per l'intera politica italiana, uno spartiacque che, a sinistra come a destra, sarebbe difficile e sbagliato ignorare. Ma sarebbe difficile e sbagliato ignorare il punto di rottura segnato da quel 25 novembre anche da parte di chi fa informazione per professione. La rissa, lo scoop vero e troppo spesso presunto o fabbricato ad arte, le azioni di vero e proprio killeraggio politico travestito da 'servizio esclusivo', le delegittimazioni dell'avversario politico a colpi di dossier costruiti su commissione, fanno parte di un armamentario che, per lo stato di salute del giornalismo italiano, sarebbe bene sparisse insieme con gli ultimi fuochi d'artificio dell'ex premier Berlusconi. Prima i giornalisti riescono a capirlo, più in fretta anche l'informazione se ne potrà giovare lasciandosi alle spalle le brutte pagine scritte in questi anni e trovando in se stessa il coraggio e la spinta per quel rinnovamento tanto invocato fuori quanto poco perseguito al proprio interno. 

1 luglio 2011

Festa Pd Roma, quando era tempo di bonaccia

"L'appuntamento"
di VIRGINIA ALIMENTI



VENERDI' 1 LUGLIO ORE 20,00

FESTA DEMOCRATICA PD ROMA - PALCO LIBRERIA "L'ETERNAUTA"
TERME DI CARACALLA


Presentazione del libro "L'appuntamento" di Virginia Alimenti.
L’autrice ne discute con Eugenio Patanè. Modera Stefano Gasperini.


Fino al 24 luglio sarà possibile acquistare il libro anche presso lo stand Libreria "L'Eternauta", alla Festa del PD Roma.

8 febbraio 2011

CONVEGNO/QUANDO L'INFORMAZIONE DISTURBA

NOTIZIE CHE DISTURBANO

 

E I GIORNALISTI MINACCIATI.

 

ITALIA E SPAGNA

 

 

 

CONVEGNO

 

 

 

MERCOLEDI' 9 FEBBRAIO - ORE 10.00

 

PRESSO L'ISTITUTO CERVANTES DI ROMA

 

PIAZZA NAVONA 91

 

 

 

OSPITE D'ONORE: MIGUEL ANGEL AGUILAR

 

(SEGR. GENERALE ASSOCIAZIONE GIORNALISTI EUROPEI)

 

 

 

UNA RIFLESSIONE SULLA CENSURA VIOLENTA DELL'INFORMAZIONE E DELLE OPINIONI.

COME SI MANIFESTANO MINACCE E INTIMIDAZIONI IN ITALIA E IN SPAGNA.

CONFRONTO TRA CRONISTI DEI DUE PAESI.

 

PROMOSSO DA:

OSSIGENO PER L'INFORMAZIONE, ISTITUTO CERVANTES DI ROMA, ORDINE NAZIONALE GIORNALISTI, ASSOCIAZIONE STAMPA ROMANA, ORDINE GIORNALISTI DEL LAZIO.

2 febbraio 2011

ENERGIE RINNOVABILI/COMMISSIONE EUROPEA, NUOVO PASSO AVANTI

Un impegno costante, quello dell’UE, per recuperare il tempo perduto e vincere la sfida per uno sviluppo sostenibile. E proprio in questa direzione è andata anche la comunicazione presentata dalla Commissione europea lo scorso 31 gennaio. Gli Stati membri sono sollecitati, così, ad attuare meccanismi di cooperazione per avviare un "mercato interno delle energie rinnovabili", in cui scambiare l'energia e condividere le spese, tenendo conto delle prerogative nazionali in materia di rifornimento energetico.

È pari a 9,8 miliardi la cifra complessivamente investita dall’Unione Europea tra il 2007 e il 2009 nelle energie rinnovabili, settore nel quale attualmente sono occupati 1,5 milioni di lavoratori tra ingegneri, tecnici, installatori e costruttori; secondo alcune previsioni, nel 2020 l’occupazione nell’economia “verde” arriverà a raggiungere quota tre milioni. 

Proprio lo scorso anno gli Stati membri hanno messo a punto una “road map” per colmare il proprio fabbisogno energetico ricorrendo a fonti rinnovabili per il 20%.

Con la comunicazione presentata dalla Commissione, tra l'altro, gli Stati che supereranno i propri obiettivi 2020 potranno vendere il loro surplus a chi non ha ancora raggiunto il proprio target, assicurando in questo modo uno sviluppo armonico del mercato energetico europeo. La riduzione dei costi e l’aumento della competitività nel settore saranno i risultati della formazione di un mercato unico delle energie rinnovabili.

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